Giuseppe Flangini
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ANTOLOGIA CRITICA - L'artista


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LEONARDO BORGESE

Questo Giuseppe Flangini, pittore veronese, è un uomo semplice eppure straordinario. Basso, scuro, con occhi acuti, fondi e sorridenti, provinciale e quasi contadino, bonario o buono anzi, furbo e anche ingenuo, Flangini sembra non appartenere al nostro secolo. Potrebbe essere gotico? Potrebbe essere secentesco? Potrebbe essere del Settecento? Fatto sta che non mostra nulla di moderno, e che persino i suoi moderni panni li porta con antico piglio e sprezzo. Ma soprattutto la faccia ha qualcosa che ricorda i vecchi maestri e artigiani del Settentrione e dell’Occidente. E Flangini non sa poi di estetica, non di pittura pura, non di “valori”, non di “dialettica”,non di “spazialità”, non di “avventura”, non di “presenza”, non di “colpevolezza collettiva”, non di “linea-forza”, non di “rigore”, non di “problematica”, non di “occhio intellettuale” ecc. Flangini sa soltanto respirare e fiutare. Respira i grandi cieli. Fiuta dov’è il buon colore della terra e se lo prende subito e lo rifà alla svelta e bene.

E’, questo Flangini, una forza naturale, un istinto. E’ la semplice pittura d’ogni tempo, che vive e che va come una persona. I Paesi prediletti di Giuseppe Flangini sono l’Italia lombarda, il Belgio e l’Olanda. Sono specialmente certi luoghi dove corrono e sostano i grigi, i neri, i bianchi freddi e gli azzurri ferrosi, i colori di nebbia e di fumo, di carbone, zinco, catrame, i colori dell’industria pesante e della fatica bruta, sono i luoghi dove l’erba è timida, dove l’acqua sta a sé, dove l’uomo è irritato, dove il bambino è ironico, dove la donna è scontenta, dove la terra non sogna e dove il cielo non ha musica. Vincent Van Gogh visse in tali posti delle patate sporche e della rabbia; e se ne andò via verso il mondo del colore pulito e puro e dei grandi fiori.

Flangini il suo anno lo passa tra Milano, la campagna vicino a Verona, l’Olanda e il Belgio. Qualche mese, ogni anno, Flangini torna nel Belgio. Ed ecco, così, che conosce e dipinge la miniera nera, il Borinage, la baracca, la chiatta, il sordo cielo e la stessa livida terra, insomma, che conobbe Van Gogh. Io credo che forse nessun artista colto, nessun raffinato, nessuno dei nostri artistoni e "cannoni", avrebbe saputo illustrare pittoricamente, e anzi pitturare tanto bene, il Paese, coi tipi del Van Gogh fiammingo, la grigia e triste terra, l’inferno della noia pesante, gli uomini della pietà senza preghiera.

Nei suoi quadri Flangini non ha messo letteratura e simboli, non ha messo vangoghismo, non ha messo né socialismo, né cristianesimo. Non ha rifatto Van Gogh nemmeno in una pennellata. E Flangini non si è dato la minima importanza, non s’è messo a strillare: son io! Sono bravo! Non si è messo a recitare la commedia. E i quadri li ha fatti per farli, perché gli piaceva; non per esporli. Perché gli piaceva ritrarre uno dei paesi di Van Gogh: pittura semplice, rapida e giusta, piena di vento, di nembo, di grigiori e di baleni, di pioggia a raffiche e di gonfie attese. Pittura rapida e pittura ferma, definitiva. Passano le povere ombre nere e curve degli uomini. Che cosa illuminerà quella lanterna? Il nero, il carbone. E quelle sono le baracche sfondate dall’umano sforzo di vivere, dal soffio del torace chiuso, dal cuore chiuso dentro il buio. E’ il paese dove la pace è in un Cristo grigio, fermo, senza sorriso e quasi senza volto. Lo scorgete modellato nel chiaroscuro lontano del cielo.

Dio sa come gli è riuscito, a Flangini, di far sentire pittoricamente le cose che io sto scrivendo con troppa letteratura. Beato lui. Per la verità, il pittore veronese non ci ha mai pensato alla letteratura ed alla retorica. A questo antico pittore naturale la delicatezza, la comprensione, la musica, tutto il buon gusto, vengono non so proprio come. Ma già: è un uomo antico, di quelli che facevano il pittore al mondo del contadino, del fabbro, del maestro, modestamente e perfettamente, via da ogni orgoglioso pensiero – e invece orgoglioso solo di servire – via dalla vana e ottusa idea dell’arte libera. Sarà male? Sarà.. Comunque sia, preferisco il lavoro così semplice al vuoto imballato con difficili parole, preferisco la diretta vista di un Giuseppe Flangini ai panorami di centomila superartisti o extrartisti, i quali sanno tutti cos’è l’arte, sicurissimi, e ogni giorno fanno un capolavoro d’intelligenza e di cultura, e dopo lo ripongono, coscienti, nell’armadione della storia e in una galleria d’arte moderna.

MARIO GHILARDI
Presentazione della mostra "Donato Frisia Giuseppe Flangini" alla Galleria Ponte Rosso. Milano, 19 maggio 1983.

Giuseppe Flangini, nativo di Verona, a Milano visse però la sua nobile e generosa esistenza, ricca di profondi valori umani. Maestro delle scuole elementari, la vocazione per la pittura fu una passione profonda. Flangini era un pittore non aristocratico, non soltanto legato ai problemi ed al culto della forma, ma attento alla vita, soprattutto alla vita degli umili. Espose la sua pittura dal 1921 e soltanto dal 1950 decise di essere esclusivamente pittore. Agli inizi dipinse quadri che risentivano del dolce tono veneto: figlio di Verona si era portato negli occhi e nell’anima la trepida luce della sua terra e del suo cielo.

Poi scoprì i grandi cieli del Nord Europa, cieli grigi, freddi, straziati dalle nuvole nere percorsi da un vento eterno. Fu l’incontro con il Borinage, la zona mineraria del Belgio. Il Borinage è un paese nero, è la vasta e desolata regione delle miniere dove le tragedie del lavoro e della miseria esplodono terribili. Van Gogh vi era andato teologo e missionario per parlare di Cristo agli operai, alla gente diseredata. Aveva cercato “voci di destino nel vento, nel turbinio delle foglie, nei volti duri, scavati da secoli di sofferenze e di patimenti, della povera gente”, (Dino Formaggio ) e vi aveva trovato la sua arte avvampante.

Van Gogh aveva gridato l’urlo della violenza e della collera; Flangini con i suoi colori grigi-cenere sotto luci soffocate, asciutti, disse con voce tristemente pacata una fede nell’uomo, una pietà religiosa nel nome di una umanità sofferente e dipinse poesia, amore e speranza. Lo ritengo protagonista di una pagina feconda dell’arte italiana, con una spiccata autonomia di pensiero e di stile, tali da superare le suggestioni ricevute da altri. Leonardo Borgese scrisse di una “speciale cultura che dal dolce tono veneto lo portò ad una sorta di nordico romanticismo, o perfino di espressionismo, nel Belgio di Ensor, di Van Gogh, di Learmans”. Borgese ancora una volta seppe svolgere il discorso critico e altri studiosi di chiara fama hanno colto i valori della pittura di Flangini. Io mi ricordo l’emozione del mio primo incontro con le opere del pittore, emozione di quel momento magico in cui sentii pulsare forte il sangue nelle vene. L’arte dei veri Artisti, l’Arte dei Maestri come Giuseppe Flangini è fatta per accendere in noi una passione di vita, una dolce e forte malìa.

LAMBROS DOSE
Prefazione della monografia “Giuseppe Flangini”, Milano 1972

In questo drammatico e travagliato momento dell’arte e della cultura italiana, momento in cui mode di ogni scuola e tendenza, simbolismi e ermetismi, permeati spesso solo di arido intellettualismo, sorgono e tramontano nel breve svolgere di una stagione, pochi sono stati i pittori che hanno avuto il coraggio di rimanere fedeli agli esterni valori dell’arte intesa come espressione vitale della nostra tradizione.

Tra questi Giuseppe Flangini, veronese di nascita, milanese d’adozione. Per lui disegnare e dipingere non è stata solo paziente costruzione quotidiana di impressioni e di sensazioni, ma autentica, fedele manifestazione di un’inconfondibile personalità artistica illuminata dalla magica scintilla del genio.

Fatta di equilibri e di forme di rara perfezione stilistica, ritmata da accostamenti di colore di squisita musicalità,guidata da una visione sempre altamente poetica della vita e della natura, la pittura di Flangini ha segnato un momento preciso dell’arte pittorica italiana.

Un punto d’arrivo per lui dopo lunghi anni di intenso lavoro, un punto di partenza per coloro che, intendendo l’arte come meditazione e pura espressione dello spirito, trarranno dalle tele del Maestro una fonte inesauribile di ammaestramenti e di preziosi consigli. L’intensità appassionata e l’ammirevole continuità del suo impressionismo, la sua straordinaria capacità di rendere, attraverso una raffinata tavolozza, le mutevoli luci della natura, la sua commossa partecipazione alla fatica e al dolore degli uomini lo pongono, a buon diritto, tra i più grandi pittori di questo ultimo cinquantennio.

Nelle sue ultime opere, colmata per divina folgorazione la frattura tra l’antico e l’attuale delle sue creazioni, Giuseppe Flangini trasforma il colore in materia tersa, vibrante, cristallina, donandoci atmosfere espresse con acuta, inarrivabile sintesi coloristica.

Generalmente, ogni artista subisce dei tempi di arresto e di chiarificazione critica per ripartire poi con maggiore determinazione e maggiore forza d’urto. Egli è mancato troppo presto, proprio quando, attraverso il crogiuolo di tante esperienze e di tanti ripensamenti, aveva raggiunto una maturità piena e consapevole che gli avrebbe certamente consentito di darci cose grandi e di raccogliere i frutti di tanti sacrifici, di tante amarezze, di tante incomprensioni. Inseguendo sempre un’immagine complessa di poesia delle cose, ci ha lasciato l’eredità di un ricordo incancellabile come un profumo persistente e sottile, il profumo della Sua profonda bontà, della Sua umanità, della Sua Arte.

LUIGI BRACCHI
La Martinella, Milano, marzo 1970

Ma c’è una novità essenziale, ed è quella di scoprire, se così si può dire, l’umanità di Flangini nei quadri con figure mascherate, con figure d’un umorismo tutto suo, quello del Flangini commediografo che pochi conoscono. Con l’impegno di segnare acutamente ogni atteggiamento, mai casuale, anche nelle piccole macchiette che animano questi paesaggi ritraenti la vita dei minatori belgi, in quella tragica atmosfera grigia che li inghiotte letteralmente. Mai in chiave illustrativa perché la pittura guida sempre l’opera di questo artista squisito con la succosa densità della materia che traduce incessantemente la tragica mestizia di questo mondo drammaticamente cupo, nell’incombente fuligginosa atmosfera che implacabile l’opprime.

MASSIMO CARRA’
Da "Notizie d’Arte", Milano marzo 1970

Senza divenire un pittore populista o di contenuti sociali, Flangini ha reso il suo atto di omaggio dipingendo quei paesaggi con piena adesione sentimentale, riscoprendoli per conto suo come motivazioni di amore e di vita. Sentimenti che si traducono in una contemplazione attiva, venata di melanconia, in un pacato ripensamento poetico: con sobrietà esemplare e intelligente umiltà.

DINO VILLANI
Da "Una bella rassegna celebrativa" di Giuseppe Flangini. Milano, giugno 1967

L’artista, che non era certamente passato senza farsi notare poiché aveva ottenuto vari riconoscimenti nel corso della sua fervida attività svoltasi dal 1921 al momento della sua scomparsa nel 1961, meritava tuttavia venisse riproposto all’attenzione della critica e del pubblico perché lo consideri con maggior attenzione.

La pittura di Flangini rispecchia il carattere dell’uomo apparentemente timido, dolce e modesto, ma acceso da una forza interiore che lo ha portato a maturare in silenzio, acuendo lo spirito di osservazione ed arrivando ad una stesura franca della sua pittura, sicura e ricca di un fascino che riesce a prendere l’osservatore non superficiale.

MARIO LEPORE
Da "Corriere d’informazione" Milano, 24-25 maggio 1967

Dell’artista, scomparso nel 1961, viene ordinata una mostra postuma con novanta dipinti e quarantacinque disegni. Veronese, Flangini per molti anni svolse la sua attività artistica a Milano, dove sia per le sue doti di pittore sia per quelle umane seppe conquistare estimazione e simpatia. Sempre ispirato dalla natura che amò fervidamente, egli la interpretò con un vivo e personale sentimento e con il gusto per una pittura che, fuori dalle mode e dagli artifizi, esprimesse soprattutto lui stesso, Flangini, col suo temperamento emotivo, col suo mondo poetico e fantastico nel quale v’era, specie negli ultimi tempi, un fermento espressionistico.

LEONARDO BORGESE
Da "La rivincita del sentimento", Corriere della Sera, Milano, 21 maggio 1967. (…)

Nato a Verona nel 1898 e morto a Verona nel 1961, Flangini visse lungamente a Milano, dove insegnò nelle scuole elementari e dove, anche, si dette a una sorta di teatro, cattolico, popolaresco, come autore, attore, regista, scenografo. Solo nel 1950 riuscì a darsi totalmente alla pittura, benché avesse cominciato ad esporre nel 1924. Autodidatta, istintivo, spontaneo, anzi naturale artista, era però amante di una speciale cultura che, dal dolce tono veneto, lo portò a una sorta di nordico romanticismo, o perfino di espressionismo, nel Belgio di Ensor, di Van Gogh, di Laermans. Quel che è meraviglioso – ma al tempo stesso niente affatto meraviglioso, dato il forte temperamento pittorico – è che nella conquista del Nord egli non sgarra mai, non stona mai, non si squilibra mai; come invece capitò ad altri che dall’Italia volsero al Nord. Perché oltre al nativo senso del colore giusto, al senso plastico pure istintivo, al segno nervosamente pronto nel cogliere l’attimo, non con materialistici dinamismi, ma per fermarlo in un esempio di candida sicurezza morale, o persino di psicologia, Flangini unisce proprio ciò che più conta: quel “sentimento” grazie a cui qualsiasi linguaggio tradizionale, magari vecchio, logoro, diviene viceversa inatteso, nuovo, originale.

MARIO MONTEVERDI
Presentazione in catalogo della mostra celebrativa a cura del Comune di Milano a Palazzo Reale nel Marzo del 1967

Nell’atto in cui ci si accinge a celebrare, con una mostra commemorativa antologica, un pittore come Giuseppe Flangini, viene fatto di chiedersi quanto ci si senta colpevoli nel non avergli tributato, lui vivente, i riconoscimenti che egli – come uomo artista – sicuramente meritava.

Vennero, per il vero, durante gli ultimi anni della sua vita interrotasi innanzi tempo, commenti e lodi che valsero a porre in luce le qualità quanto mai positive e “durevoli” dell’artista veronese: le osservazioni acute e spesso affettuose di Leonardo Borgese, di Raffaele De Grada, d’Agnoldomenico Pica, le parole attente di Renata Usiglio gli recarono il conforto d’una tardiva letteratura critica che lo compensò in parte della distratta leggerezza con le quali troppi grossi nomi dell’ ”ufficialità” artistica trascorsero sull’opera sua senza avvedersi della ricchezza di valori estetici e umani che essa conteneva, che essa contiene tuttora, a dispetto delle deviazioni d’ogni genere cui è stata costretta l’arte contemporanea.

Tuttavia egli non potè che idealmente godere di tali impliciti omaggi, poiché ormai l’attenzione della maggior parte del pubblico era stata convogliata verso fenomeni affatto clamorosi, privi d’ogni autentica radice etica ed umana, e le mostre ufficiali – asservite ad un mercato equivoco quanto opportunista - rincorrevano soltanto i facili miti e le appariscenti meteore, trascurando chi traeva una sua sudata poesia dalla fatica del mestiere e dall’esemplare onestà e dirittura delle convinzioni estetiche. Flangini, giunto alla pittura per un naturale istinto – il medesimo che ne aveva ispirato la popolaresca attività teatrale, le spontanee inclinazioni letterarie - seppe subito convertire il proprio estro da autodidatta in una severa e sofferta disciplina interiore e formale.

D’altronde la sua stessa prediletta fonte d’ispirazione figurativa costituì per lui un costante richiamo ad un impegno etico, oltre che artistico. Quando, infatti, egli stabilì un duraturo legame visivo e sentimentale col paesaggio minerario belga, con quella regione di Charleroi che evoca i nomi di Montigny, di Chatelet, della tragica Marcinelle, di Wasmes, di Borinage, del fiume Sambre – per tacere delle città di Bruges, d’Ostenda, che divennero i vertici aristocratici di un’iconografia così umilmente proletaria, eppure così alta di significati ideali - Giuseppe Flangini trovò le sorgenti più congeniali alle sue aspirazioni poetiche, i pretesti più veri per la sua vocazione pittorica.




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